Immagine 5Quarta puntata della nostra rubrica dedicata ai gruppi vocali italiani. Michele Manzotti a colloquio con Andrea Thomas Gambetti degli Alti e Bassi.

 Una loro versione di “Io ho in mente te” (portata al successo dall’Equipe 84) è stata utilizzata in una campagna pubblicitaria nazionale. Però gli Alti e Bassi hanno già al loro attivo arrangiamenti di brani molto noti a partire dalla produzione di Lucio Battisti o dei Beatles e Bee Gees nel loro disco  più recente, Medley. E’ il quarto album del gruppo, un numero non indifferente nel panorama italiano. Inoltre la formazione ha al suo attivo il Premio Quartetto Cetra nel 1998 e il Carosone nel 2006. E’ Andrea Thomas Gambetti, l’«alto» (vocalmente) del gruppo, a raccontare a storia degli Alti e Bassi.

Partiamo con le origini. «Ci siamo formati nel 1994 a Milano e il nostro nome è dovuto al fatto che il basso di allora era quello più alto (quasi due metri), mentre la voce più acuta era la mia (che sono di statura il più basso). Da allora i nostri progetti sono sempre stati venati dalla “contrapposizione”. Ad esempio proponiamo musica con una ispirazione seria, che qualcuno definisce “colta”; ma al tempo stesso nei nostri concerti non manca mai l’ironia. Oppure le copertine dei nostri album: hanno quasi sempre un fronte e un retro in contrapposizione. Alti, bassi, lunghi, larghi, eleganti, casual e così via».
Tra l’altro siete cinque voci maschili, una scelta artistica? «Noi da sempre siamo così: cinque timbri molto differenti tra loro, ma che assieme riescono ad ottenere un impasto unico. Siamo maniaci dell’intonazione e della cura di ogni dettaglio, ma dal vivo abbiamo imparato anche a non trascurare gli aspetti coreografici. Questi sono sicuramente alcuni dei nostri punti di forza, assieme alla scelta di un repertorio che non si sbilancia mai sul pop, e che ci ha aperto la porta di prestigiose stagioni concertistiche, nonché alla scelta di proporre, fin dalla nostra nascita, solo ed esclusivamente arrangiamenti nostri o scritti appositamente per noi».

Un fatto normale nel repertorio anglosassone, ancora oggi punto di riferimento del genere, cosa ne pensate? «A mio avviso, sotto questo profilo, la musica a cappella italiana per diversi anni dopo il 1995 (anno di affermazione dei Neri per Caso al Festival di Sanremo) ha vissuto sul riflesso esterofilo di formazioni quali Take6, Swingle Singers, King Singers, Rockapella, The Real Group. Gli Alti e Bassi, pur risentendo di questa ispirazione, non hanno però mai voluto proporre brani appartenenti al repertorio di questi gruppi, proprio perché eravamo e siamo tuttora alla ricerca di una nostra precisa identità. Negli ultimi anni anche altre formazioni italiane, un po’ per maturazione, un po’ per scelta precisa, hanno intuito l’importanza di affrancarsi dai professionisti di Stati Uniti e Inghilterra, proponendo proprie elaborazioni o addirittura brani originali. Noi riteniamo che questa cosa abbia permesso alla musica a cappella italiana di ritagliarsi finalmente una propria fisionomia e progetti come Solevoci, Vivavoce o le pubblicazioni dell’etichetta Preludio hanno permesso di creare una nicchia di appassionati del genere come non si vedeva da tempo. In questo senso noi ci riteniamo dei veri e propri pionieri. Siamo stati tra i primi a credere nella forza dell’unione e ad essere invitati da stagioni concertistiche come I Pomeriggi Musicali di Milano, la Stagione Concertistica del Teatro Rossini di Pesaro, l’Accademia Filarmonica di Messina e quella romana, dimostrando che il nostro genere musicale ha radici colte che attingono alla grande tradizione canora del ‘500, ma che hanno anche saputo evolversi contaminandosi con il gospel, lo spiritual, il jazz e lo swing provenienti da oltre oceano».

Il marchio Preludio è un aspetto della vostra attività. «Sì, ne siamo orgogliosi perché in breve tempo l’etichetta è riuscita a pubblicare su iTunes circa una ventina di album italiani a cappella!»  Veniamo al vostro percorso artistico e alla discografia. «Il nostro primo album del 1998, con le note di copertina di Lucia Mannucci e Virgilio Savona del Quartetto Cetra, si intitolava Il Mito Americano e proponeva, assieme al gospel nero e a quello bianco di tradizione bluegrass, George Gershwin e Duke Ellington tra i principali ispiratori di un filone che in Italia avrebbe travolto tutti nell’immediato dopoguerra. Il secondo album del 2001, non a cappella, ma con un’impronta fortemente vocale, rendeva omaggio proprio a George Gershwin, riferimento in quegli anni anche per artisti come Lelio Luttazzi (che ha presentato il nostro album) e il Quartetto Cetra. Non a caso l’album si intitola Il favoloso Gershwin e include anche la canzone omonima interpretata nel 1957 dal Quartetto Cetra assieme all’orchestra del grande Gorni Kramer. Il terzo album è Take Five! del 2002, che potremmo definire di passaggio, per l’eterogeneità del progetto che comunque si sbilancia su proposte molto connotate sul profilo jazzistico (presentazione non a caso a cura di Franco Cerri con Nick The Night Fly come special guest).
Medley, l’ultimo in ordine di uscita, dà l’impressione di essere molto ambizioso per le molte tracce e i tanti autori proposti. «Ci siamo chiesti quali musiche del ‘900 potremo ricordare. La scelta non può certo ritenersi esaustiva, tuttavia non è stata casuale. Perché il ‘900 è stato un secolo straordinario, una vera e propria rivoluzione! Pensiamo a cinema, radio, televisione, internet, cellulari. La musica ha seguito il processo evolutivo delle tecnologie e dei mezzi di comunicazione al punto che ciò che un tempo appariva “leggero”, oggi è talmente “classico” da venir rappresentato nelle principali stagioni concertistiche al fianco di autori come Mozart o Beethoven. Duke Ellington e George Gershwin, nei nostri primi dischi, diventavano simboli dell’evoluzione della vocalità, antica quanto l’uomo; ma anche della coralità che ha viaggiato dai bicinia medioevali a Palestrina per giungere ad essi attraverso il ponte degli spiritual, dei gospel e della “musica colta” del XX secolo. In Medley (note di copertina a cura di Paolo Conte) sono le indimenticabili musiche dei film, dei musical, dei cartoni animati, della discoteca e dei giovani attorno a un falò ad alimentare ed animare le nostre armonie originali. Ed è qui che forse si comprendono le ragioni del nostro omaggio: che sia arte tutto ciò che non ci stancheremo mai di ammirare o di ascoltare?».

La domanda finale d’obbligo riguarda il vostro futuro: «Il nostro prossimo progetto discografico, che uscirà verso fine 2009, per la prima volta si dedica all’Italia e in particolare alle canzoni degli anni ’50-’60 e ’70. La caratteristica del progetto sarà quella di stravolgere i brani contaminandoli con tutti i principali generi musicali della nostra epoca: jazz e swing di sicuro, ma anche valzer, tango, bossanova, rap, hip-hop. Avremo degli ospiti illustri, ma lasciamo che il tutto sia una sorpresa. Sarà sicuramente un album di svolta per noi e ci auguriamo che il pubblico possa apprezzare il nostro sforzo nel recuperare pezzi di storia musicale in una chiave moderna che guarda sempre al lato artistico, prima ancora di pensare a quello puramente commerciale».
http://www.lisolachenoncera.it/rubriche/?id=31

L’Isola che non c’era – aprile 2009 – Michele Manzotti